venerdì 6 maggio 2011

Il Governo firma, festa alla Scala: una svolta storica


Approvato il regolamento speciale per gli enti lirici virtuosi, l’autonomia è realtà. Salvi i finanziamenti. Stasera sipario chiuso per lo sciopero generale indetto dalla Cgil

Milano, 6 maggio 2011 - Arriva l'autonomia. Un anno fa, la firma del presidente Giorgio Napolitano sul decreto di riforma degli enti lirico-sinfonici. Ieri, il secondo passo: il Consiglio dei ministri ha dato il via libera definitivo al primo regolamento attuativo della legge Bondi. Tradotto: riconoscimento di una forma organizzativa speciale ai teatri virtuosi. Scala di Milano e Accademia di Santa Cecilia di Roma repubbliche indipendenti nell’universo della musica italiana.

«Il primo tassello per risanare e rilanciare le fondazioni - afferma il neoministro ai Beni culturali, Giancarlo Galan -. Entro la fine del 2011 mi impegno a completare questa riforma, portando a termine tutti i restanti provvedimenti al riguardo». Al Piermarini esultano: la dirigenza di via Filodrammatici sa di rispettare tutti i rigorosi parametri artistici ed economici imposti dal Mibac.

Sette «i presupposti e i requisiti» dettati da Roma: «specificità della fondazione nella storia della cultura operistica italiana», assoluta rilevanza internazionale, eccezionale capacità produttiva, pareggio di bilancio per almeno quattro volte consecutive negli ultimi cinque esercizi, «realizzazione di rilevanti ricavi propri», significativo e continuativo apporto finanziario da parte di soggetti privati nonché «capacità di attrarre» sponsor dal 2008 in poi, entità dei ricavi provenienti dalle vendite e dalle prestazioni rese «non inferiore, nell’ultimo bilancio approvato, al 40 per cento dell’ammontare» dei fondi governativi. Ecco i numeri dell’eccellenza scaligera sul 2011: 262 alzate di sipario (di cui undici fuori sede), sei bilanci di fila in pareggio, 26 milioni di euro tra contributi privati e sponsorizzazioni, ricavi da biglietteria, abbonamenti e altri guadagni propri pari al 120 per cento degli stanziamenti ministeriali (36,178 milioni contro 28-30 in arrivo dal Fus).

Come dire, la Direzione generale competente non potrà che approvare - «entro quarantacinque giorni dalla ricezione» - la domanda presentata dal sovrintendente Stéphane Lissner; a quel punto, la richiesta sarà inoltrata al Mibac, che avrà un altro mese e mezzo per dire sì. Insomma, entro la fine dell’estate l’autonomia sarà realtà. Al Piermarini stanno già lavorando all’adeguamento dello statuto della fondazione (stamattina è in programma il Consiglio d’amministrazione), che, come previsto dal comma 4 dell’articolo 5 del nuovo regolamento, può essere trasmesso «contestualmente all’istanza di riconoscimento della forma organizzativa speciale». E i vantaggi? La legge parla di «erogazione del contributo statale sulla base di programmi di attività triennali corredati dei relativi budget preventivi». E, precisazione da non sottovalutare in caso di eventuali tagli alla cultura, garantisce fondi «almeno pari alla percentuale conseguita dalla medesima fondazione in occasione dell’ultima assegnazione precedente» all’autonomia.

Quindi, niente riduzioni del Fus per gli enti virtuosi. E ancora, la dirigenza di via Filodrammatici avrà «la facoltà» di negoziare direttamente con i sindacati «un autonomo contratto di lavoro che regoli all’unico livello aziendale» tutte le materie dell’intesa nazionale. In questo caso, però, bisognerà trovare la quadra con le sigle più rappresentative (Cgil, Cisl, Uil e Fials): «in mancanza di accordo tra le parti protrattasi per sei mesi - si precisa nel regolamento - si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro». A sentire le reazioni dei segretari territoriali, sarà questo il nodo da sciogliere nei prossimi mesi: «Non se ne parla neanche», il commento tranchant di Giancarlo Albori, numero uno della Slc-Cgil. Cauta la Uilcom: «Aspettiamo di leggere nel dettaglio la normativa prima di dare un giudizio nel merito», chiosa Domenico Dentoni.

di Nicola Palma

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mercoledì 4 maggio 2011

Scala, un contratto tutto suo Senza passare da Roma


Il sottosegretario Giro e i vantaggi dell’autonomia. "Il regolamento speciale sarà approvato tra due settimane"

Milano, 4 maggio 2011 - «Ci siamo quasi: tra un paio di settimane il Parlamento varerà il regolamento speciale per le fondazioni virtuose». Tradotto, autonomia gestionale. Cioè, finanziamenti su base triennale e facoltà di negoziare il contratto direttamente in teatro. Il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Maria Giro, non può dirlo ufficialmente, ma i bilanci degli enti lirico-sinfonici lasciano poco spazio alle supposizioni: solo Scala di Milano e Santa Cecilia di Roma beneficeranno dei vantaggi del nuovo statuto.

Sottosegretario Giro, a che punto è l’iter legislativo per i regolamenti attuativi della legge 100 di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche?
«Siamo alle battute finali: il regolamento ha già ottenuto il parere favorevole delle Commissioni Cultura di entrambi i rami del Parlamento. Credo che diventerà legge entro le prossime due settimane».

E poi?
«Chiederemo ai quattordici enti lirici di fornirci la documentazione per il riconoscimento dello statuto speciale».

Quante domande si aspetta?
«A giudicare dai conti delle fondazioni, dovrebbero essere al massimo due».

Cioè, Scala e Santa Cecilia.
«Sono gli unici due teatri a soddisfare i requisiti richiesti: pareggio di bilancio negli ultimi cinque anni, elevata produzione artistica e cospicua percentuale del contributo privato rispetto a quello pubblico».

Si è parlato tanto di autonomia in questi mesi. Cosa cambierà davvero?
«Le fondazioni speciali potranno programmare con più serenità: i finanziamenti saranno erogati su base triennale».

Facciamo un esempio.
«La Scala quest’anno dovrebbe ottenere quasi 30 milioni di euro dal Fondo unico per lo spettacolo: dovesse ottenere l’autonomia, il contributo statale resterebbe quantomeno immutato fino al 2014».

Anche se il Fus venisse tagliato?
«Sì, anche se voglio sottolineare che quest’anno abbiamo aumentato gli stanziamenti rispetto al 2010. E c’è anche un altro vantaggio».

Quale?
«La dirigenza di via Filodrammatici avrà la facoltà di negoziare direttamente con i sindacati del teatro il contratto di lavoro».

Nascerà il contratto Scala?
«Sì, se le parti saranno d’accordo. Gli altri enti, invece, dovranno sedersi al tavolo col Ministero dei Beni culturali».

di Nicola Palma

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LA LIRICA S'INTERROGA SUL SUO FUTURO

La lirica s`interroga sul suo futuro Incontro a Roma con economisti e operatori.«Il primo problema? Poche produzioni e con costi troppo alti» Serve una decisa iniziativa politica che dia risposte forti e chiare ai problemi delle Fondazioni liriche, in termini di nuove forme organizzative, aumento della produttività e della qualità della produzione. È quanto è emerso nel corso del convegno Lopera lirica:

un futuro è possibile?, orga- nizzato a Roma da Federculture e dall`Associazione per l`Economia della Cultura, che ha riunito intorno a un tavolo economisti e operatori del settore.

Tutti hanno concordato su un punto fondamentale:

«l`opera lirica è una componente culturale primaria del Paese, un bene dal valore collettivo universalmente riconosciuto e fortemente identitario.

Ma va certamente ridefinito l`aspetto gestionale e finanziario delle Fondazioni che, mai come nell`ultimo anno, sono state investite dalla crisi economica al punto da portare alcuni Teatri a un passo dalla chiusura. Il peggio è stato scongiurato grazie al reintegro del Fus che ha riportato ai teatri d`opera 212,6 milioni di euro, ma l`emergenza finanziaria delle Fondazioni liriche rimane e restano aperti i problemi relativi alla riorganizzazione e alla riforma del sistema, non esauriti dalla legge 100/2010 della quale sono in fase di approvazione i decreti attuativi.

Uno dei nodi da sciogliere, secondo i partecipanti al convegno, è certamente la questione dell`incremento della produttività. Nel 2009 i nostri teatri lirici hanno messo in scena in media 77 recite d`opera ciascuno (dalle 125 della Scala alle 25 del San Carlo) contro, per esempio, le 226 recite della Staatsoper di Vienna, le 225 del Metropolitan di New York, le 203 dell`Opernhaus di Zurigo, le 184 dell`Opèra di Parigi. Nonostante negli ultimi dieci anni i teatri d`opera abbiano ricevuto contributi pubblici per oltre 3,4 miliardi di euro, hanno accumulato perdite per quasi 180 milioni di euro;

il patrimonio netto evidenzia un saldo negativo di oltre 58 milioni di euro; i debiti sono cresciuti di 121 milioni di euro, raggiungendo il totale di 282 milioni di euro.

Pochi numeri che descrivono una crisi severa e portano in primo piano il problema delle risorse.

R.Sp.

Da "AVVENIRE" di mercoledì 4 maggio 2011

lunedì 18 aprile 2011

Fondi reintegrati Verdi, salva l'attività ma buco di 4 milioni

di Gabriella Ziani
Non calerà il sipario per sempre. Anche se il "rosso" in bilancio è inevitabile. Dopo che all'ultimo minuto il Governo ha ripristinato, aumentando il costo della benzina, di 149 milioni di euro i finanziamenti, quel Fondo unico per lo spettacolo (Fus) i cui tagli draconiani sembravano dover mandare alla naftalina tutti i lirici, l'altro giorno la Consulta dello spettacolo ha approvato all'unanimità - sentita la relazione del neoministro alla Cultura, Giancarlo Galan - il riparto della cifra complessiva di 414,6 milioni di euro, assegnando alle Fondazioni liriche il 47% del totale, 191.576.700 euro.
Al Verdi di Trieste si tira un sospiro. Nel 2009 aveva scritto a bilancio 14 milioni, già risultato di numerosi tagli.
A fine 2010 se ne è visti togliere altri quattro. Se le cose non fossero cambiate ne avrebbe avuti adesso sette, la metà esatta. Ma non son tutte rose.
Profonde ristrutturazioni sono in vista.
Anche se la programmazione è salva: il calendario della prossima stagione sarà presentato mercoledì in Consiglio di amministrazione. Di certo c'è il numero scritto in fondo al bilancio consuntivo del 2010: «Chiudiamo con 4 milioni di deficit - afferma Giuseppe Ferrazza, direttore degli Affari generali e braccio destro del soprintendente Antonio Calenda -, e sono esattamente i 4 milioni tagliati lo scorso novembre rispetto al finanziamento del 2009: non c'è dunque alcuna responsabilità della gestione precedente, tutti i teatri sono in questa stessa situazione».
Il consuntivo sarà approvato il 30 aprile.
Ma quanti soldi arriveranno da questa ripartizione per il prossimo anno, a Trieste non si sa.
«Presumo - prosegue il direttore generale - che avremo la stessa cifra dell'anno precedente, forse appena un po' aumentata».
Dunque, sempre attorno ai 4 milioni in meno, non si smetterà di tirare la cinghia. «In questa sola stagione siamo riusciti a tagliare 700 mila euro di spese, ricontrattando tutti gli accordi che erano stati presi con gli artisti: tanto lavoro in giro non c'è, e hanno accettato. Se qualcuno ha rinunciato, abbiamo sostituito adeguatamente».
La prospettiva si prolunga ora fino a luglio, e non più solo a giugno.
Il che significa operetta.
«E l'operetta - preannuncia il direttore senza
poter dettagliare prima del cda - avrà un programma perfino più ricco».
Ma il 2011-2012, prima vera stagione targata Calenda-Ferrazza, punterà molto su una riorganizzazione dei servizi che (come annunciato al momento delle nomine) metterà in comune molte cose con il Rossetti, con Calenda direttore qui e là.
«Biglietterie al servizio dell'uno e dell'altro teatro - elenca Ferrazza -, allestimenti comuni, convenzioni per i laboratori, una miglior definizione dei programmi in modo da non accavallare le proposte, danza classica solo al Verdi e moderna solo al Rossetti». L'intento è risparmiare, ma anche «mischiare il pubblico», il più adulto e il più giovane, possibilmente guadagnandone nel travaso. Dietro queste strategie anche un previsto calo di organico? Riduzioni d'altro genere? Giuseppe Ferrazza assicura:«Assolutamente no».
E aggiunge: «Vengo da fuori, ho trovato a Trieste una professionalità davvero elevata, ottimi laboratori, personale interno, tecnici, macchinisti di prim'ordine.
Questo fa sì che possiamo evitare che ogni regista si porti il suo staff.
Ci costa meno, ma nello stesso tempo valorizziamo le personalità interne».

il Piccolo di Trieste http://ilpiccolo.gelocal.it/

sabato 9 aprile 2011

Bari: beffa per il sultano dell'Oman i suoi soldi in una fondazione


Due anni fa aveva donato tre milioni al Conservatorio di Bari che avrebbe dovuto istituire borse di studio. Invece ha costituito un ente che si chiama "Giovanni Paolo II con Loiodice presidente. Sei consiglieri accademici avevano già protestato sulla procedura

di GIULIANO FOSCHINI

Chissà se Qaboos Bin Sad, il sultano dell'Oman, sa come stanno utilizzando i soldi che due anni fa donò a Bari. Chissà se, in qualità della massima autorità islamica del suo paese, sarà contento che i tre milioni di euro che aveva deciso di donare al conservatorio di Bari per far studiare i giovani musicisti non sono gestiti dall'università della musica. Ma da una fondazione privata, dedicata a Giovanni Paolo II, e presieduta da uno dei massimi esponenti dell'Opus dei a Bari, il professor Aldo Loiodice. Il Sultano probabilmente non lo sa. Ma da qualche giorno lo sa la procura di Bari che ha ricevuto, così come i giornali, un dettagliatissimo esposto sulla strana storia della donazione del Sultano Qaboos.
La vicenda - si ricostruisce nella denuncia - comincia il 22 dicembre del 2010 quando "nel corso di un collegio dei professori, il direttore del conservatorio Francesco Monopoli ha comunicato che nel maggio del 2010 era stata costituita la fondazione Giovanni Paolo II che avrebbe paradossalmente il compito di gestire il fondo del Sultano".

"Va a tal punto precisato - si legge ancora nella denuncia - che il Conservatorio essendo omologo di qualunque istituzione universitaria è dotato dalla legge di ampia autonomia: in sostanza avrebbe potuto gestire a costo zero il fondo, essendo dotato dalla legge della più ampia autonomia per farlo". Il Conservatorio sceglie invece di affidare la cifra alla Fondazione che ha il compito di stanziare 350mila euro all'anno di borse di studio. Quindi, l'ente universitario avrebbe potuto tranquillamente gestire quei soldi. Ma ha preferito invece farlo fare a una fondazione terza. Nel consiglio di amministrazione della Giovanni Paolo II - si ricostruisce nella denuncia - ci sono il professor Loiodice oltre al presidente del conservatorio, Stefano Carulli, il direttore, Francesco Monopoli, il direttore generale dell'area sulla musica del ministero, Giorgio Bruno Civello, l'avvocato Raffaele Rodio, un docente, la professoressa Giovanna Valente, e uno studente del conservatorio, la signora Angela Trentadue. Un consiglio senza dubbio di alto livello nel quale tutti gli enti - dal Conservatorio all'Università - vengono rappresentati. Ma la domanda nella denuncia è sempre la stessa: "Perché è stato fatto? Perché il Conservatorio non poteva fare tutto da solo visto che la legge glielo permetteva tranquillamente?".

L'utilizzo di quei fondi, tra l'altro, era stato già oggetto di polemica. "Il 24 giugno del 2010 - scrivono i denuncianti - sei consiglieri accademici avevano prodotto un documento di vibrante protesta in cui si lamentava l'inspiegabile silenzio degli organi preposti sulla mancata erogazione della borsa di studio". La protesta però finisce nel vuoto. Intanto vengono rinnovati i nuovi organi direttivi e così appena entra in carica il nuovo consiglio accademico ("nonostante la fondazione fosse stata creata a maggio del 2010", si legge nell'esposto), a dicembre nella prima riunione utile viene decisa la gestione dei fondi alla Giovanni Paolo II.

"Quello che non è chiaro - riflettono i denuncianti che chiedono appunto alle forze di polizia e alla magistratura di fare chiarezza - è dove sono ora i soldi e chi percepisce gli interessi. Noi non capiamo perché a distanza di due anni dalla donazione di fatto non siano stati ancora spesi". La denuncia è stata inviata al pool che si sta occupando dell'inchiesta sul tribunale amministrativo e sui concorsi universitari. Non è un caso: nell'esposto si parla anche di un contenzioso amministrativo per le elezioni interne tra alcuni docenti e il Conservatorio che vede protagonisti alcuni delle persone indagate nell'inchiesta dei sostituti procuratori Francesca Pirrelli e Renato Nitti.

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venerdì 1 aprile 2011

Si di Napolitano al decreto FUS


Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (nella foto), ha promulgato il decreto legge 34/2011 che prevede il reintegro dei fondi Fus e altri provvedimenti a favore dei beni culturali per un totale di 236 milioni di euro, attraverso l’aumento delle accise sulla benzina. Il decreto è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale n.74. In allegato l’art.1 del decreto che riguarda l’intervento finanziario in favore della cultura. (Foto Kikapress)

Il testo completo del decreto:

“Art. 1 Intervento finanziario dello Stato in favore della cultura 1. In attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, a decorrere dall’anno 2011: a) la dotazione del fondo di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, e’ incrementata di 149 milioni di euro annui; b) in aggiunta agli ordinari stanziamenti di bilancio e’ autorizzata la spesa di 80 milioni di euro annui per la manutenzione e la conservazione dei beni culturali; c) e’ autorizzata la spesa di 7 milioni di euro annui per interventi a favore di enti ed istituzioni culturali. 2. All’articolo 1, comma 13, quarto periodo, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, in fine, sono aggiunte le seguenti parole: “, nonche’ il fondo di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, e le risorse destinate alla manutenzione ed alla conservazione dei beni culturali”. 3. All’articolo 2 del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, e’ abrogato il comma 4-ter, nonche’ la lettera b) del comma 4-quater. 4. Agli oneri derivanti dal comma 1, pari a 236 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2011, e dal comma 3, pari a 45 milioni di euro per l’anno 2011 ed a 90 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012 e 2013, si provvede mediante l’aumento dell’aliquota dell’accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo, nonche’ dell’aliquota dell’accisa sul gasolio usato come carburante di cui all’allegato I del testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive modificazioni, in modo tale da compensare il predetto onere nonche’ quello correlato ai rimborsi di cui all’ultimo periodo del presente comma. La misura dell’aumento e’ stabilita con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane da adottare entro sette giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; il provvedimento e’ efficace dalla data di pubblicazione sul sito internet dell’Agenzia. Agli aumenti disposti ai sensi del presente comma ed agli aumenti eventualmente disposti ai sensi dell’articolo 5, comma 5-quinquies, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, non si applica l’articolo 1, comma 154, secondo periodo, della legge 23 dicembre 1996, n. 662; inoltre, nei confronti dei soggetti di cui all’articolo 5, comma 1, limitatamente agli esercenti le attivita’ di trasporto merci con veicoli di massa massima complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate, e comma 2, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 452, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2002, n. 16, il maggior onere conseguente ai predetti aumenti e’ rimborsato con le modalita’ previste dall’articolo 6, comma 2, primo e secondo periodo, del decreto legislativo 2 febbraio 2007, n. 26. 5. Il Ministro dell’economia e delle finanze e’ autorizzato a disporre, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio”.

scarica il testo del decreto in pdf

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martedì 29 marzo 2011

Il reintegro del Fus un segnale di speranza

Dopo la mobilitazione del mondo dello spettacolo in risposta alle pesanti misure restrittive minacciate dal governo italiano, arrivano i primi parziali cambi di rotta che lasciano ben presagire. In primis il reintegro del FUS, accolto con un sospiro di sollievo dal Presidente Roberto Cicutto e dall'Amministratore Delegato di Cinecittà Luce Luciano Sovena i quali, solo pochi giorni fa, avevano lanciato un grido d'allarme per il taglio ai fondi all'importante realtà cinematografica e culturale italiana. In un comunicato congiunto, i due funzionari "accolgono con immenso favore l'intervento del Governo per il reintegro del FUS, che mette la Società in condizione di continuare la sua attività a sostegno del cinema italiano in Italia e nel Mondo; in particolare, le risorse reintegrate verranno utilizzate per la ricerca di nuovi talenti e nuovi racconti per il nostro cinema, per la vitale attività di distribuzione di opere prime e seconde, e per garantire il massimo della visibilità ai film italiani nei festival e nei mercati internazionali più importanti. Senza dimenticare la fondamentale opera di conservazione, arricchimento e divulgazione dei beni dell'Archivio Storico Luce, un patrimonio ineguagliabile di memoria e conoscenze".

In concomitanza con l'annuncio del reintegro del FUS, sembra rientrata anche l'intenzione del governo di tassare di un euro il prezzo dei biglietti degli spettacoli cinematografici, notizia che lascia ben sperare per il futuro, almeno a quanto ha dichiarato il presidente dell'Anica Paolo Ferrari. "E' un autentico punto di svolta, poiché le risorse e le tecniche di finanziamento adottate conferiscono al cinema italiano l'autonomia e la stabilità necessarie. E' anche l'affermazione del ruolo che spetta alla cultura in un Paese come il nostro e quindi una vittoria dell'Italia, nel solco dei valori costantemente difesi dal Presidente della Repubblica" aggiunge il produttore Riccardo Tozzi.

La notizia del reintegro del FUS, unita alla nomina del nuovo Ministro per i Beni e le Attività Culturali Giancarlo Galan, che prende il posto del dimissionario Sandro Bondi, ha spinto i sindacati a revocare lo sciopero previsto per venerdì 25 marzo. Resta confermata la partecipazione alle tre Giornate Nazionali per la Cultura e lo Spettacolo in programma il 26-27-28 marzo, indette con l'obiettivo di mobilitare e sensibilizzare i cittadini, l'opinione pubblica e i rappresentanti politici e istituzionali sullo stato attuale di crisi della cultura e dello spettacolo italiani e sui possibili interventi per uscire dall'emergenza.

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martedì 15 marzo 2011

FUS, assemblea Accademici e CDA di S.Cecilia respingono le dimissioni di Cagli


oma, 14 mar. - (Adnkronos) - L'assemblea degli Accademici e il consiglio di amministrazione dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia ''respingono all'unanimita' le dimissioni del presidente Bruno Cagli, il quale, alla luce degli impegni espressi dal Governo nel comunicato stampa della presidenza del Consiglio dei ministri e della volonta' manifestata dal sindaco Alemanno di farsi promotore di un'azione congiunta per la salvaguardia delle istituzioni culturali romane, sospende le proprie dimissioni nell'auspicio di ricevere in tempi ragionevoli le risposte che finora sono mancate, anche contravvenendo a impegni pubblicamente presi''.

L'assemblea degli Accademici e il Consiglio di Amministrazione annunciano che ''rivolgeranno nei prossimi giorni un appello al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, al ministro dell'Economia e delle Finanze, al ministro per i Beni e le Attivita' Culturali e ai vertici degli Enti Locali per testimoniare lo stato di grave difficolta' in cui, a seguito dei ripetuti tagli del Fus, versa l'Accademia che, negli ultimi anni, ha incrementato la capacita' produttiva e la presenza internazionale, superando abbondantemente il 50% delle risorse proprie''.

''Tutto cio' comporterebbe, nel caso di tagli alla produzione, perdite superiori agli eventuali risparmi - concludono - L'auspicio, tanto dell'Assemblea degli Accademici che del Consiglio di Amministrazione, e' di ottenere in tempi brevi una dotazione del Fus non inferiore a quella del 2009, piu' volte indicata, anche pubblicamente, come soglia di sopravvivenza dell'intero settore''.

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La cultura crolla, Carandini si dimette


Si è dimesso Andrea Carandini presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. Lo si è appreso dal ministero dei beni culturali. Le dimissioni sono legate agli ulteriori tagli alla cultura e allo spettacolo ed è un gesto clamororo. L'archeologo aveva sostituito Salvatore Settis che si era dimesso dall'incarico contestando le scelte (e le non scelte) del ministro Bondi. Il crollo di Pompei dell'autunno scorso può essere la giusta immagine per quel che diventa il crollo della cultura italiana.

Le dimissioni di Carandini sono - qualunque siano le dichiarazioni che seguiranno - nei fatti una sconfessione dell'operato del titolare del dicastero, oltre che del governo. E l'archeologo è uno dei più stimati e preparati non solo d'Italia.

Il Consiglio è l'alto organo consultivo del dicastero. E' formato da tecnici del ministero ed esperti come docenti universitari che valutano le politiche del ministero e le sue spese. Carandini non è l'unico che intende lasciare l'incarico nell'organismo. E all'Accademia di Santa Cecilia è in corso un cda: il sovrintendente Cagli dovrebbe confermare le sue dimissioni, sempre perché ritiene i tagli inaccettabili.

Nello sfacelo dei fondi per cultura e spettacolo "amputati", come ha giustamente scritto qualcuno, risalta un dato rivelato da Iacona a "Presadiretta" su Raitre ieri sera, domenica: questo governo ora dà più soldi alla scuola privata che allo spettacolo, con il Fondo unico per lo spettacolo - Fus - ridotto ad appena 231 milioni di euro.

Zanda: Berlusconi dovrebbe vergognarsi
Carandini «si è ribellato all'assassinio della cultura italiana». Così commenta il vicepresidente dei senatori del Partito democratico Luigi Zanda: «Berlusconi dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa alla cultura italiana per le dimissioni di un grande archeologo e persona perbene. Di fronte all'agonia del cinema, della musica e del teatro italiano, di fronte al taglio delle risorse per la conservazione e per la tutela del patrimonio artistico, di fronte alla crisi del sistema museale, dopo le proteste di Riccardo Muti, Bruno Cagli, Daniel Barenboim e Sergio Escobar, adesso per la seconda volta nel giro di due anni - continua zanda - il consiglio superiore dei beni culturali vede il suo presidente dimettersi per protesta». Zanda conclude: «Berlusconi venga in Parlamento a cercare di discolparsi di questo delitto contro l'italia e contro gli interessi nazionali. Con quale coraggio potrà celebrare il 150esimo dell'unità d'Italia proprio nel momento in cui distrugge quel tessuto culturale che è l'elemento fondante e il cemento dello Stato unitario».

http://www.unita.it



domenica 13 marzo 2011

Nabucco, bis del pubblico con Muti "Il Va' pensiero contro i tagli"


Un Nabucco pervaso di spirito risorgimentale. Ieri sera all'Opera di Roma l'obiettivo contro cui manifestare non era l'Austria imperiale, ma i tagli ai fondi per la cultura decisi dal governo. Il sindaco di Roma Alemanno che, salito in palcoscenico, ha lanciato un appello al Governo perché la riduzione dei fondi venga "revocata". Ma soprattutto il maestro Muti, già sul podio con la bacchetta in mano, che si rivolge al pubblico e svolge questo paragone: "Il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica tesa all'unità ed all'identità dell'Italia. Oggi, 12 marzo 2011, non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica". Parole accolte da applausi e da una pioggia di volantini dalla balconata, che dicevano: "Italia risorgi nella difesa del patrimonio della cultura", e ancora, in una diversa versione: "Lirica, identità unitaria dell'Italia nel mondo".

Poi è cominciato lo spettacolo. Ma l'episodio più inedito doveva ancora svolgersi. Giunto al famoso coro del terzo atto, quel "Va' pensiero" che ha fatto tremare il cuore dei patrioti di un secolo e mezzo fa, la domanda era nell'aria: ci sarà un bis? Ma Muti, una volta finito il celeberrimo coro, dfa di più. Si gira verso il pubblico e dice: "Sono molto addolorato per ciò che sta avvenendo, non lo faccio solo per ragioni patriottiche ma noi rischiamo davvero che la nostra patria sarà 'bella e perduta', come dice Verdi. E se volete unirvi a noi, il bis lo facciamo insieme". E come ad un comando tacito tutti gli spettatori si sono alzati in piedi e hanno cantato insieme ai cento coristi rimasti sul palcoscenico. Un fatto assolutamente inedito, arricchito ulteriormente da un nuovo lancio di volantini pseudo risorgimentali, che dicevano: "Viva Giuseppe Verdi", oppure "Viva il nostro presidente Giorgio Napolitano"; ma anche: "Riccardo Muti senatore a vita". Da lì lo spettacolo ha imboccato la dirittura d'arrivo fino alle ultime note e ad una pioggia di oltre dieci minuti di applausi.

http://roma.repubblica.it

I tagli al F.U.S. contro gli sprechi della politica

Ecco le cifre:
46113,60 annui lordi come ministro,
5486,58 al mese come deputato: 65 838,96
4033,11
al mese come rimborso spese per soggiorno a Roma: 48 397,32
4190 rimborso forfettario: tessere per autostrada ferrovia aereo e altri rimborsi vari per raggiungere l'aereoporto
3098,74 per spese telefoniche.



giovedì 10 marzo 2011

Fus, via altri 50 milioni di euro Il mondo dello spettacolo in rivolta

Aggiunti ai 27 milioni "congelati" ieri, fanno in totale 77 milioni. Bondi: "Confido in chi verrà dopo di me, spero che abbia la forza per ribaltare la situazione". A rischio anche la tutela del patrimonio archeologico e i musei.Addetti ai lavori sul piede di guerra. L'opposizione: "Un massacro"

ROMA - Sandro Bondi è ancora in carica, ma parla ormai da ex ministro dei Beni culturali. All'indomani della notizia del congelamento di ulteriori 27 milioni dal Fondo unico dello spettacolo. "Comprendo la preoccupazione e la delusione del mondo della cultura in seguito alle ultime notizie riguardanti una ulteriore previsione di riduzione degli investimenti - ha detto - a questo punto posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l'autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l'attuale situazione". Peraltro, piove sul bagnato: i tagli - o le risorse "congelate", per usare il termine tecnico - per il complesso della cultura assommano in totale a 77 milioni di euro. Ai 27 di ieri se ne sono aggiunti oggi, nuova "amara sorpresa" (così Bondi l'aveva definita ieri), altri 50 che riguardano l'intero comparto gestito dal ministero dei Beni culturali. Il mondo dello spettacolo è in rivolta e punta alla manifestazione di sabato 12 marzo come momento principale per rovesciare la situazione.

Cinecittà a rischio chiusura L'appello

Il motivo del nuovo "taglio"
è sempre lo stesso: gli effetti - ricorda la Uil Beni culturali - della norma sui risultati dell'asta per le frequenze per le tlc contenuta in Finanziaria. Nel caso in cui si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsione, il ministro dell'Economia e delle finanze provvede, con proprio decreto - dice la norma - alla riduzione lineare, fino alla concorrenza dello scostamento finanziario riscontrato, "delle missioni di spesa di ciascun ministero". Per il ministero dei Beni culturali, spiega ancora la Uil, la previsione ha comportato a far data da oggi il congelamento di 70 milioni: una mazzata che, per il sindacato, significa "la paralisi operativa di tutta l'attività istituzionale del ministero Beni culturali".

A riconoscerlo è lo stesso sottosegretario Francesco Giro: con i tagli è in crisi l'intero settore. Per il Fus poi scende nel dettaglio ricordando che, rispetto alle vecchie risorse, la musica è scesa da 56 a 35 milioni, la lirica da 196 a 122, la danza da 9 a 5, il teatro da 67 a 42, il cinema da 76 a 47. Uno sfacelo, senza appunto parlare dei 50 milioni per tutto il resto che significa - sempre per Giro - mettere in difficoltà la sopravvivenza dei beni, la tutela del patrimonio archeologico, i musei. Addetti ai lavori e opposizione non sono gli unici a protestare: lo stesso sindaco di Roma Gianni Alemanno chiede l'intervento di Berlusconi contro tagli insostenibili.

Il mondo del cinema è in prima fila: da Paolo Virzì a Silvio Orlando ai Centoautori , tutti chiedono una reazione forte, consci tra l'altro anche del rischio chiusura per Cinecittà Luce. Il maestro Pappano bolla il taglio come frutto di "ignoranza totale" e il direttore di S. Cecilia Bruno Cagli, dopo aver detto che tutto il tagliabile è stato tagliato, annuncia le sue dimissioni per il prossimo 14 marzo.

L'opposizione, da Rutelli a Melandri, da Vita a Borghesi, a Chiti alla Cgil, al Pd (che parla di "metodo Marchionne") non solo denuncia il "massacro" della cultura ma chiede con forza a Bondi di farsi da parte subito. Poi ci sono le associazioni di settore: dall'Anac, a Federculture, Federcultura, Arci, Movem09, a Legacoop: tutte schierate contro una politica considerata suicida per il settore. L'Agis annuncia che non parteciperà più alle attività consultive del ministero dei Beni culturali toccando così un punto decisivo: dovrebbe infatti essere la Commissione spettacolo (organo consultivo) a indicare la ripartizione tra i vari settori del Fus. Ma la settimana scorsa la Commissione non si è riunita per protesta contro l'inadeguatezza del vecchio Fus. Figurarsi ora.

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mercoledì 2 marzo 2011

A Santa Cecilia tutti con il Presidente


Fronte unico nella protesta contro il mancato reintegro del Fus: l’Orchestra, il Coro, il Personale tutto dell’Accademia esprimono piena solidarietà e sostegno a Bruno Cagli che si presenterà dimissionario all’Assemblea degli Accademici e al Consiglio d’Amministrazione convocati d’urgenza.

“Il mancato reintegro del Fondo Unico dello Spettacolo almeno ai livelli del 2009 – che così disattende gli impegni pubblicamente assunti dal Ministro Bondi a nome del Governo -condannerà l’intero settore della produzione culturale alla progressiva paralisi delle attività. I continui e pesanti tagli ai finanziamenti a fronte degli esigui stanziamenti previsti dal Decreto “Milleproroghe”, tolgono ogni residua speranza alla possibilità di riuscire a salvare l’immenso patrimonio culturale che tutto il mondo ci invidia.

Il Presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Prof. Bruno Cagli, ha dichiarato nei giorni scorsi che non intende in alcun modo farsi complice di questa dismissione culturale e che in assenza di segnali ben precisi si presenterà dimissionario all’Assemblea degli Accademici e al Consiglio d’Amministrazione convocati d’urgenza, sottolineando che spetta ad altri assumersi la responsabilità politica di distruggere più di 400 anni di storia.

L’Orchestra, il Coro, il Personale tutto dell’Accademia, esprimono piena solidarietà e sostegno al proprio Presidente, condividendone la forte preoccupazione per il mancato reintegro del FUS e auspicano che anche i Sovrintendenti, i Consigli d’Amministrazione e i Presidenti delle altre 13 Fondazioni lirico-sinfoniche si assumano la responsabilità di un’azione altrettanto forte, corale e decisiva.

Nel caso non dovessero essere adottati i provvedimenti strutturali da tutti auspicati, i lavoratori di Santa Cecilia, accanto alla loro Istituzione, si riservano di intraprendere le necessarie iniziative per evitare quella che si preannuncia come un vero e proprio crollo del Sistema Cultura Italia”.

I Professori dell’Orchestra, gli Artisti del Coro,il Personale Tutto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

sabato 26 febbraio 2011

Il Milleproroghe salva la Scala e l’Arena di Verona. Ma non la Fenice di Venezia



Il governo stacca due assegni da tre milioni di euro ai due teatri. Non un euro per l'ente lirico veneziano. Il motivo? La città è amministrata dal centrosinistra

Questione di colore. Senza nessuna logica apparente, il governo, attraverso il decreto Milleproroghe, ha staccato un assegno da tre milioni di euro all’Arena di Verona e altrettanti alla Scala di Milano. Soldi arrivati grazie a equilibri politici. Verona, marchiata Lega Nord, e Milano saldamente in mano al Pdl. Così le fondazioni della lirica guidate dai rispettivi sindaci, Flavio Tosi e Letizia Moratti, portano a casa i soldi che sono stati negati a tutti gli altri teatri italiani.

Ne avrebbe avuto meno diritto la Fenice di Venezia? No, probabilmente. Ma Venezia ha scelto Giorgio Orsoni e la sinistra. Quanto basta per essere esclusa. Lo ammette candidamente Paola Goisis, deputata padovana e responsabile cultura del Carroccio: “L’accordo l’ha portato avanti la Lega. Dunque a noi la scelta. E siccome abbiamo più voti a Verona abbiamo scelto di escludere Venezia”.

La decisione che ha mandato il capoluogo veneto su tutte le furie. La città e la Fenice sono due simboli della cultura, ma la richiesta di essere inseriti nel Milleproroghe non è stata neanche presa in considerazione. L’epilogo? Il caos: Orsoni che se la prende col ministro Renato Brunetta, colpevole di “disinteressarsi della sua città”, Brunetta che replica al sindaco “incapace di tenere sotto controllo i conti della Fenice” e Tosi che sorpassa tutti e propone per Verona una tassa sul turismo che andrebbe a finanziare ulteriormente l’Arena inimicandosi albergatori e Confommercio.

Ma andiamo con ordine. Il primo grido d’allarme era stato proprio Tosi a lanciarlo. Perdere l’Arena e la stagione lirica avrebbe voluto dire segnare inesorabilmente il suo mandato. Così si era messo a girare per le stanze ministeriali della “Roma ladrona” in cerca di quei soldi negati al Fondo unico per lo Spettacolo. Prima un tentativo con Giulio Tremonti, andato inesorabilmente a vuoto, poi la richiesta d’intervento del “mediatore” Roberto Calderoli, infine la minaccia di guidare una crociata contro i vertici del Carroccio se non avessero costretto il governo e l’amico Giulio a mettere mano al portafogli. Quando Tosi l’ha messa sulle dure Roma ha ceduto. Ok a tre milioni una tantum, purché lo stesso trattamento venisse riservato alla Scala che, nel consiglio d’amministrazione, annovera personaggi più influenti e vicini a Berlusconi, tipo Bruno Ermolli, giusto per fare un nome.

La notizia ha fatto venire un attacco di bile a Orsoni, presidente della fondazione lirica della Fenice e sindaco di Venezia. “Quando serve, Venezia è il palcoscenico mondiale, tutti ne parlano riempiendosi la bocca – ha denunciato dalle colonne del Corriere della Sera – poi, al momento buono, la Fenice resta all’asciutto; mentre l’Arena, retta da Flavio Tosi, sindaco leghista, si prende i quattrini. La prossima volta, Bossi non venga in laguna a festeggiare la Padania, vada piuttosto a Verona. L’Arena è vero, è un’istituzione conosciuta nel mondo, soprattutto per l’impatto popolare e per la scenografia. Se, però, parliamo di qualità dell’opera lirica, si trova a mille miglia di distanza dalla Fenice. Che, tra l’altro, nulla ha da invidiare alla Scala di Milano”. Poi il bersaglio principale, il ministro Brunetta. “In campagna elettorale ha promesso mari e monti, poi non ha fatto niente per la sua città”.

Brunetta, da parte sua, ha risposto per le rime: “Avesse tenuto i conti in ordine non saremmo a questo punto. Poi il sindaco è male informato: i suoi colleghi di partito sapevano che, viste le condizioni in cui si trova la fondazione che presiede, non avrebbe avuto diritto a nessun finanziamento”.

Polemica finita? Il sindaco di Verona ha detto sì alla tassa di soggiorno, sulle orme di quanto fatto a Roma, con l’idea di girare i ricavi all’Arena. Ma ha trovato subito il niet del presidente degli albergatori di Confindustria della sua città, Gianni Zenatello. “Improponibile chiedere ai turisti di pagare prezzi maggiorati, a Verona si arriva per piacere, non è una tappa obbligata come Roma. Gli unici a rimetterci sarebbe gli albergatori”. Tosi però non si è scoraggiato e ha promesso di calibrare la cifra a seconda della struttura ricettiva: pochi centesimi per un bed & breakfast, 5 euro per gli hotel di lusso. In questo modo non sarebbe penalizzato nessuno, dice lui. Immediatamente smentito dalle associazioni di categoria che, conti alla mano, hanno spiegato al sindaco che la sua operazione metterebbe in ginocchio gli albergatori, alla fine del ciclo gli unici veri tartassati.

Per ora il capitolo si chiude. Verona e Milano in qualche modo pareggeranno i conti. La Fenice vedrà un tabellone ridotto e il serio rischio di chiudere per mancanza di soldi. Ma soprattutto perché governano Pdl e Lega e hanno trovato un modo, tutto loro, per far capire alle città del centrosinistra che conviene cambiare opinione.

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mercoledì 23 febbraio 2011

Tagli Fus, l'annuncio di Cagli "Se il milleproroghe passa, mi dimetto"


Il sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia convoca la stampa per annunciare le dimissioni, se verranno confermati i pesanti tagli al Fus, e le dotazioni eccezionali solo per la Scala, l'Arena di Verona e la Fondazione Verdi

di ROSARIA AMATO


C'è ancora caos sul milleproroghe, dopo lo stop del presidente della Repubblica Napolitano, ma il sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia Bruno Cagli non ha dubbi: "Se i tagli allo spettacolo passeranno così come sono nel decreto milleproroghe, rassegnerò le mie dimissioni da presidente sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia. E spero che i sovrintendenti di altre Fondazioni facciano altrettanto". Cagli, nel corso di un incontro con la stampa, ha ribadito di "non volersi fare complice della dismissione culturale in corso".

I sovrintendenti delle 14 fondazioni lirico-sinfoniche italiane si aspettavano nel milleproroghe un cospicuo reintegro del Fus, il Fondo Unico per lo spettacolo, che è stato fortemente decurtato dai tagli al bilancio, passando dai 410 milioni dello scorso anno ad appena 258. Ma nel decreto alla fine non c'è stato alcun reintegro: sono stati stanziati 15 milioni in più, pochissimo. Soprattutto, però, ha ricordato oggi Cagli, sono state previste "partite straordinarie di 3 milioni di euro ciascuna", per la Scala, l'Arena di Verona e la Fondazione Verdi. Alle due fondazioni di Roma, Santa Cecilia e il Teatro dell'Opera, non è andato nulla.

Santa Cecilia ha perso pertanto "5 milioni di euro rispetto al 2009". "I criteri di assegnazione -ha precisato il sovrintendente- prevedono solo gli introiti da biglietteria. Molte delle nostre entrate non vengono dalla biglietteria, ma dai programmi di sala, dalle tournèe, dai contributi dei privati cittadini. Ma anche da situazioni analoghe a quella del 16 marzo, quando faremo tre concerti per l'Unità d'Italia dove certo non prevediamo la vendita di biglietti ma incassiamo per la nostra prestazione. Che significa questo? Significa volere favorire quelle Fondazioni che questi introiti non li hanno e che, paradossalmente, sono meno virtuose di noi".

E ha aggiunto: "Impugneremo il decreto Milleproroghe, se dovesse passare così. Abbiamo raccolto un parere giuridico secondo il quale alcuni dettati del testo sono in contraddizione con la legge Bondi e sono contestabili proprio sul piano giuridico".

"Noi non possiamo ridurre il numero di concerti -ha spiegato Cagli- perchè il nostro bilancio, per il 50%, si basa sui nostri introiti e se tagliamo i concerti, che quasi sempre fanno registrare il 'tutto esaurito', riduciamo drasticamente le entrate dal botteghino e dagli sponsor. Inoltre abbiamo raggiunto standard di qualità elevatissimi, riconosciuti a livello internazionale (la stampa inglese colloca l'orchestra di Santa Cecilia tra le dieci migliori al mondo, ndr), anche grazie al nostro direttore Antonio Pappano, che tutti ci invidiano e corteggiano e che ha un contratto con noi fino al 2013. Contratto che contiamo di rinnovare".

Eppure, se i tagli verranno confermati, la prospettiva è proprio questa: si dovrà ridurre drasticamente la produzione concertica, sottolinea Cagli, "e rinunciare agli standard di qualità raggiunti negli ultimi anni". Senza contare le attività collaterali: l'Accademia sarà costretta a "chiudere la Bibliomediateca, che è la prima biblioteca musicale di Roma con criteri di consultazione moderni cui la gente accede da tutto il mondo, e il Museo degli strumenti musicali. Poi dovremmo sciogliere la JuniOrchestra e il Coro di voci bianche, che coinvolgono quasi 600 bambini e adolescenti". Prospettive analoghe per il Teatro dell'Opera.

Cagli infine ha lanciato l'allarme lavoratori: "Sembra che a nessuno interessi che nel settore ci sono 5.000 lavoratori a rischio. Non ci sarà solo la Fiat in Italia! E anche a Santa Cecilia, se non ci saranno segnali di reintegro dei finanziamenti, gli stipendi sono a rischio. E dire che nel Milleproroghe ci sono provvedimenti che fanno incassare ben altro che i 160 milioni mancanti del Fus. Solo la sanatoria sulle affissioni dei manifesti ne porta ben 80".

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martedì 22 febbraio 2011

Milleproroghe, “rilievi” di Napolitano La Camera sospende la discussione


Il Presidente: eluso il vaglio preventivo, il decreto contrasta con la Costituzione. Il governo pensa a maxiemendamento


ROMA - Il decreto legge milleproroghe per la sua eterogeneità si pone in contrasto con quanto prevede in tal senso la Costituzione. E' quanto richiama il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una lettera inviata ai presidenti dei due rami del Parlamento Renato Schifani e Gianfranco Fini e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella quale appunta la sua attenzione su «ampiezza ed eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione al testo originario del decreto-legge cosiddetto milleproroghe».

Il Capo dello Stato, nel ricordare «i rilievi ripetutamente espressi fin dall'inizio del suo settennato», ha messo in evidenza che «la prassi irrituale con cui si introducono nei decreti-legge disposizioni non strettamente attinenti al loro oggetto si pone in contrasto con puntuali norme della Costituzione, delle leggi e dei regolamenti parlamentari, eludendo il vaglio preventivo spettante al Capo dello Stato in sede di emanazione dei decreti-legge».

Il premier ha fatto sapere di concordare con le osservazioni del Colle. Silvio Berlusconi è stato ricevuto nel pomeriggio dal presidente Napolitano al Quirinale con il sottosegretario Gianni Letta. Il Presidente del Consiglio ha convenuto sulle osservazioni di metodo formulate dal nella lettera oggi inviata a lui e ai Presidenti delle Camere in materia di decretazione d'urgenza. Lo rende noto un comunicato del Quirinale diffuso al termine dell'incontro di questo pomeriggio.

La lettera del Presidente all'esame dei capigruppo della Camera. La conferenza dei capigruppo della Camera, che si è riunita da poco, sta valutando la lettera al govenro del Presidente della Repubblica con i rilievi al decreto legge milleproroghe. Lo ha reso noto all'Assemblea il vicepresidente di turno, Rocco Buttiglione, rispondendo a deputati che gli chiedevano di aprire un dibattito sulle osservazioni del Capo dello Stato.

Dopo l'esame della lettera, sospesa la discussione sul decreto. L'esame del decreto milleproroghe è sospeso dopo i rilievi del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. È frutto dell'accordo raggiunto nella Conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

È molto probabile che il governo presenti al più presto un maxiemendamento che riproponga il testo originario del decreto milleproroghe. È questa una delle soluzioni, che prospettano fonti autorevoli della maggioranza, per uscire dall'impasse che si sarebbe creata dopo la lettera del Capo dello Stato nella quale si sostiene che il provvedimento sarebbe stato trasformato al Senato in una sorta di nuova finanziaria. E sul nuovo maxiemendamento è probabile che si chieda il voto di fiducia.

Franceschini: ineccepibile durezza del Colle. «In Aula ci siamo impegnati a non commentare la lettera del Capo dello Stato per non trascinarlo nel dibattito politico. Credo che sia una lettera di ineccepibile durezza e richiama ai principi costituzionali che giustificano i decreti e le loro modifiche». Così il capogruppo Pd Dario Franceschini. «Se dalla maggioranza - osserva Franceschini - c’è la volontà di accogliere i richiami del Colle, da parte nostra, senza cambiare il giudizio di merito, si potrebbe approvare in fretta il decreto. Altrimenti useremo tutti i mezzi a disposizione».

Di Pietro: Milleproroghe serve a distribuire mance. «È vergognoso il teatrino offerto da governo e maggioranza, sono gli ultimi colpi di coda del regime. Il Milleproroghe è un provvedimento incostituzionale, così come ha rilevato anche il Capo dello Stato, e serve soltanto a dare mance a destra e a sinistra, a seconda di chi ha deciso di svendersi a questo governo». Lo ha affermato in una nota il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.

«Lo considero abbastanza amico». Così il leader della lega Umberto Bossi replica ai cronisti che gli chiedono del rapporto con il capo dello Stato anche alla luce di quanto accaduto sul milleproroghe. Per quanto riguarda il provvedimento, Bossi si dice comunque tranquillo: «questa - osserva - è l'ultima volta, ma passa».

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lunedì 21 febbraio 2011

I tagli alla cultura? Il governo ci paga i condoni per i manifesti abusivi


1,7 miliardi di euro. Qualcuno è in grado di calcolare quante mostre, gestioni di musei, programmi teatrali, interventi archeologici ci si farebbero in un anno? Beh, se anche vi togliete lo sfizio di fare il calcolo, poi rimettetevi il foglietto in tasca. Perché? Perchè quella cifra, dal famigerato decreto milleproroghe, esce sì fuori, ma non per finanziare questi né altri progetti culturali.
Quella cifra, ripetiamo: 1,7 miliardi di euro, è infatti il costo che - stando ad un’autorità indiscussa in materia come Sergio Rizzo del Corriere della Sera - avrà, in termini di mancata riscossione delle contravvenzioni, il condono accordato per gli abusi nelle pubbliche affissioni. In altre parole: il governo massacra la cultura italiana per condonare le multe agli appiccicatori abusivi. E indovinate un po’ chi sono i maggiori responsabili di queste infrazioni, e quindi i maggiori beneficiati dal condono? Ma guarda un po’, i partiti politici.
Al miliardo e sette vanno poi aggiunti i costi per le pulizie, alcune centinaia di milioni in tutta italia. E poi i costi intrinseci in termini di perdita di flussi turistici, specie di turismo culturale, quello a maggior valore aggiunto. Il totale si approssima ai 3 miliardi di euro. Come dire uno 0,2 di pil sacrificato alla violenza ed al cattivo gusto dei partiti ed al racket criminale degli attacchini…

[exibart]

http://www.exibart.com


Tagli alla Fenice, l’ira di Orsoni: meritiamo di più dell’Arena


MILANO — Povera cultura. «Se tagli e finanziamenti si decidono, in tutta evidenza, non secondo la qualità e il rilievo dell’istituzione ma in base alla forza dei partiti che comandano, e perfino al numero dei voti, proprio non ci siamo. Quando serve, Venezia è il palcoscenico mondiale, tutti ne parlano riempiendosi la bocca — dice il sindaco Giorgio Orsoni — poi, almomento buono, la Fenice resta all’asciutto; mentre l’Arena, retta da Flavio Tosi, sindaco leghista, si prende i quattrini. Sa che le dico? La prossima volta, Bossi non venga in laguna a festeggiare la Padania, vada piuttosto a Verona» . Ironia amara, questa del primo cittadino della Serenissima. Orsoni è uomo pacato, riflessivo, insomma non un tipo da piazzate. Ma oggi è amareggiato, anzi indignato. Non è un piagnisteo il suo, l’eterno lamento di Venezia l’incompresa contro Roma che stringe i cordoni della borsa.

Certo, ce l’ha con il decreto Milleproroghe che ha escluso il Gran Teatro la Fenice dai finanziamenti destinati alle Fondazioni lirico-sinfoniche («3 milioni di euro ci avrebbero permesso di chiudere il bilancio in pareggio» ) ma esprime forte delusione anche per l’indifferenza di altre istituzioni, sempre pronte a indignarsi. «Su questa vicenda, invece, non hanno mosso un dito» . A chi allude, sindaco? «Al Fai, per esempio. Il Fondo per l’Ambiente Italiano, che ha sollevato un polverone per i manifesti pubblicitari sui palazzi del centro storico, gridando allo scempio, ora tace. Mi permetto di far notare che se si ha a cuore Venezia, non si può essere insensibili alla sorte del suo Teatro» . Qualcun altro avrebbe dovuto alzare la voce? «Certo. Penso ai vari Comitati per la salvaguardia di Venezia, che svolgono una funzione meritoria nella cura dei monumenti della città. Penso ai politici veneziani di ogni schieramento. E qui debbo ammettere che alcuni esponenti del Pdl si sono spesi in favore della Fenice» . I nomi. «Il ministro Giancarlo Galan, Nereo Laroni, Carlo Alberto Tesserin. Ha deluso invece il ministro Renato Brunetta, già mio avversario in campagna elettorale, che promise mari e monti alla città. Beh, anche il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, non ha battuto un colpo. E dire che ci siamo visti di recente, con tante rassicurazioni da parte sua» .

E i politici del centrosinistra? «Mi risulta che soltanto il senatore Felice Casson abbia proposto un emendamento al testo del Milleproroghe, in favore di Venezia. Respinto» . Torniamo al punto: quando la coperta è corta, qualcuno ci rimette. Arena e Fenice sono le istituzioni liriche più importanti del Veneto. Promossa la prima, bocciata la seconda. Al netto della discriminazione politica, lei, ci par di capire, sostiene la superiorità culturale della Fenice. «Chiariamo: l’Arena è un’istituzione conosciuta nel mondo, soprattutto per l’impatto popolare che ha. Per lo spettacolo scenico. Se, però, parliamo di qualità dell’opera lirica, si trova a mille miglia di distanza dalla Fenice. Che, tra l’altro, nulla ha da invidiare alla Scala di Milano» . Conclusione? «Guardando al merito, nel gioco delle esclusioni — che, certo, non è un bel gioco— dovrebbe perdere Verona, non Venezia» . Tagliati i fondi, che cosa la preoccupa di più? «Si era già programmato per il 2012 un Festival della Lirica, che avrebbe attirato turismo di qualità; ma se il bilancio andrà in rosso, non vedo prospettive» .

Marisa Fumagalli
21 febbraio 2011

http://corrieredelveneto.corriere.it

sabato 19 febbraio 2011

Bondi lascia a secco lirica e spettacolo di l.d.f.

Alla Scala di Milano e alla Arena di Verona arriva un contentino, ma per il resto delle fondazioni liriche e dello spettacolo italiano la partita del “Mille proroghe” si chiude malissimo. Il reintegro, più volte promesso dal ministro Bondi, degli oltre 100 milioni di euro tagliati dalla finanziaria 2011 (ribattezzata legge di stabilità), si attesta appena a 15 milioni per la lirica di qualità –Maggio Musicale, Regio di Torino, Santa Cecilia, Comunale di Bologna e così via. Una mancia lanciata con disprezzo sotto il tavolo.

L’imbarazzo è palpabile e con apposito emendamento la Lega ha sentito l’esigenza di concedere, extra, 3 milioni di euro sia all’Arena di Verona che alla Scala, con il duplice risultato di non risolvere i problemi e, privilegiando i ricchi, creare ulteriore malcontento. Lascia molto perplessi la situazione della Fondazione veronese, che con la stagione estiva all’Arena, solo teatro al mondo con 20 mila posti, è l’unica a poter contare su cospicue entrate di botteghino per coprire i costi. A ciò s’aggiunga che malgrado l’indotto portato alla città in estate, il comune e gli imprenditori veronesi investono pochissimo nell’Arena, preferendo far pagare il conto agli altri, con l’aiuto della Lega.

Di fronte al crollo verticale dei fondi per la cultura – si pensi che il ministero dei beni e delle attività culturali con il governo Prodi nel 2006 assorbiva 0,30% del bilancio dello Stato, e nel 2011 dovrebbe scendere appena allo 0,16% –, l’unica iniziativa che è arrivata dal governo è quella di tassare gli spettatori dei cinema: un euro in più a biglietto. Ma anche qui ci sono figli e figliastri, infatti questa nuova tassa imposta dal governo Berlusconi esclude le sale parrocchiali, e i maligni sussurrano si tratti del primo acconto per un’indulgenza ma, come sottolinea sconcertato il senatore del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione Cultura, «l'esclusione delle sale ecclesiali e religiose non salverà l’anima ai proponenti».

http://www.unita.it/italia/bondi-lascia-a-secco-lirica-e-spettacolo-i-di-l-d-f-i-1.271548

Bondi, condivido preoccupazione su FUS

“Condivido pienamente – dichiara il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi - la preoccupazione espressa da più parti riguardo la situazione del Fondo Unico per lo Spettacolo. Il primo risultato raggiunto con l’approvazione in Senato del decreto Milleproroghe, che ha reintrodotto fino al 2013 gli incentivi fiscali per il cinema e portato alcune indispensabili risorse alla lirica, è i massimo che è stato possibile ottenere nell’attuale congiuntura economica. Sarà necessario tuttavia continuare a sollevare in sede di Governo la necessità di non limitarsi a questi primi, importanti provvedimenti, ma di porre il settore dello spettacolo nelle condizioni di poter operare proficuamente. Al grande impegno profuso nella riforma delle fondazioni lirico sinfoniche, ad esempio, non può non corrispondere infatti un analogo sforzo per ripristinare un’adeguata dotazione del FUS. In caso contrario, il rischio è quello di svilire la lirica italiana dopo averla coraggiosamente riformata”.



Roma, 18 febbraio 2011

Ufficio Stampa MiBAC

MILLECHE?

Il provvedimento, che ora passa alla Camera dei Deputati per il via libera finale, è stato licenziato con 158 sì, 4 astenuti e 136 voti contrari.

Milleproroghe


Art. 1 comma:

12-nonies. L’autorizzazione di spesa di cui all’art. 15, primo comma, della legge 30 aprile 1985, n. 163, è integrata per l’anno 2011 di 15 milioni di euro per le esigenze degli enti di cui all’articolo 1 comma 1, del decreto legge 30 aprile 2010, n. 64, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 giugno 2010, n. 100, con esclusione di quelli di cui al comma 16-quinquies del presente articolo. Al relativo onere si provvede a valere sulle risorse rinvenienti dal comma 12-septies, secondo periodo.


16-ter. Fino al 31 dicembre 2011 è prorogato il finanziamento a favore della Fondazione orchestra sinfonica e coro sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, con autorizzazione di spesa pari a 3 milioni di euro.


16-quinquies. Al fine di assicurare la prosecuzione delle relative attività esercitate, per l'anno 2011 è riconosciuto un contributo di 3 milioni di euro per ciascuna delle fondazioni lirico-sinfoniche, di cui all'articolo 1 comma 1, lettera f), del decreto-legge 30 aprile 2010, n. 64, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 giugno 2010, n. 100, che hanno avuto un'incidenza dei costo del personale non superiore, nell'ultimo bilancio approvato, ad un rapporto 2 a 1 rispetto all'ammontare dei ricavi da biglietteria e che hanno avuto ricavi provenienti dalla biglietteria, non inferiori, nell'ultimo bilancio approvato, al 70 per cento dell'ammontare del contributo statale. Al fine di compensare gli oneri derivanti dall’attuazione dei commi 16-ter, 16-quater e 16-quinquies, primo periodo, pari rispettivamente a 3 milioni di euro, 4,5 milioni di euro e 6 milioni di euro per l’anno 2011, le risorse di cui all’articolo 1 comma 14 del decreto legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, non utilizzate al 31 dicembre 2010 sono mantenute in bilancio. Le predette risorse sono versate all’entrata del bilancio dello Stato, quanto a euro 13,5 milioni, per la copertura degli oneri di cui ai commi 16-ter, 16-quater e 16-quinquies, primo periodo, e per la parte residua per essere rassegnate, nell’anno 2011, al fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.

DL 64 convertito con DDL n.2150 il 29.6.2010

TESTO FINALE APPROVATO DAL SENATO



Articolo 1.

(Disposizioni per il riordino del settore lirico-sinfonico)



1. Con uno o più regolamenti da adottarsi ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali, il Governo provvede alla revisione dell’attuale assetto ordinamentale e organizzativo delle fondazioni lirico-sinfoniche di cui al decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367, e successive modificazioni, e di cui alla legge 11 novembre 2003, n. 310, anche modificando le disposizioni legislative vigenti, attenendosi ai seguenti criteri:

f) eventuale previsione di forme organizzative speciali per le fondazioni lirico-sinfoniche in relazione alla loro peculiarità, alla loro assoluta rilevanza internazionale, alle loro eccezionali capacità produttive, per rilevanti ricavi propri o per il significativo e continuativo apporto finanziario di soggetti privati, con attribuzione al Ministro per i beni e le attività culturali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, del potere di approvazione dello statuto e delle relative modifiche. Lo statuto di ciascuna delle predette fondazioni prevede, tra l’altro, che l’erogazione del contributo statale avvenga sulla base di programmi di attività triennali in ragione di una percentuale minima prestabilita a valere sul Fondo unico dello spettacolo di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, con verifica successiva dei programmi da parte del Ministero per i beni e le attività culturali. Lo statuto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia prevede la presenza del presidente-sovrintendente e della componente del corpo accademico, eletti direttamente dall'assemblea degli accademici. Il Ministero dell’economia e delle finanze è sentito per le materie di sua specifica competenza.


venerdì 4 febbraio 2011

Scala, i ritardi bloccano i finanziamenti


Milano, 3 febbraio 2011 - Il Milleproroghe continua a slittare. Rinvii a catena, incertezza sui tempi di approvazione, sedute sconvocate per dare la precedenza al federalismo fiscale. Ieri, ad esempio, era in programma una riunione della Commissione Bilancio del Senato per verificare la copertura finanziaria degli emendamenti al decreto-legge: saltata, se ne riparla stamattina alle 9. E così anche le modifiche che riguardano la Scala e il possibile reintegro dei fondi statali tagliati a luglio si bloccano nelle sabbie mobili di Palazzo Madama.

Al momento, resta in piedi la proposta avanzata dalla Lega Nord, che chiede un finanziamento di dieci milioni di euro a testa per il Piermarini e per l’Arena di Verona. E ancora, l’emendamento del pidiellino Cosimo Latronico, che prevede uno stanziamento di tre milioni per i due enti lirici più virtuosi, cioè Scala e Santa Cecilia di Roma. Su queste proposte, c’è da registrare la freddezza della dirigenza scaligera. O meglio, in pochi credono che provvedimenti così onerosi possano ottenere il placet della Commissione Bilancio. D’altro canto, secondo il resoconto della Commissione Affari Costituzionali, che l’altro giorno ha esaminato l’ammissibilità delle richieste, sono stati invece cassati due emendamenti simili, che volevano introdurre un reintegro per le fondazioni sinfoniche pari a 35 milioni di euro e un ulteriore contributo per il 2011, allargato a tutti i settori dello spettacolo, di 150 milioni.

In realtà, è proprio su quest’ultima ipotesi che puntavano i piani alti di via Filodrammatici: del fondo aggiuntivo 2010 per i tredici enti lirici, alla Scala sarebbe spettato il 14,5%, cioè la stessa percentuale assegnata dal Fus. Euro più euro meno, sarebbero cinque milioni. Giusto quelli che servono per chiudere il bilancio in pareggio e poter pagare così l’ultima tranche di integrativo aziendale ai lavoratori. Senza dimenticare l’importanza dei 150 milioni per il 2011, che riporterebbero il Fondo unico per lo spettacolo ai livelli dell’anno scorso: 408 milioni di euro. Esattamente, la richiesta fatta dagli operatori del settore. Non è da escludere che sia proprio il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, a presentare l’emendamento decisivo per salvare capra e cavoli. Con l’avallo del Ministero del Tesoro: «È l’ultima volta che vi aiutiamo - l’avvertimento di piazza XX Settembre -. Dal 2012 la musica cambia». Al mondo dello spettacolo italiano, da sempre abituato giocoforza a pensare al presente, basterebbe eccome.

di Nicola Palma

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Scala in rosso, in arrivo tredici milioni dal Milleproroghe


Milano, 2 febbraio 2011 - Il futuro della Scala legato a due emendamenti del Milleproroghe. E se tutto dovesse andare per il verso giusto, potrebbero arrivare ben tredici milioni di euro nelle casse di via Filodrammatici. Troppa grazia, penserà il sovrintendente Stéphane Lissner, visto che ne bastano solo cinque per chiudere il bilancio in pareggio per il quinto anno consecutivo. Le misure salva- Piermarini sono state presentate come modifiche al decreto-legge in discussione alle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio del Senato rispettivamente dalla Lega Nord (Bricolo, Bodega, Garavaglia, Vaccari, Valli) e dal Popolo della Libertà (Latronico). La prima, quella più sostanziosa, stabilisce uno stanziamento di dieci milioni di euro per la Scala di Milano e per l’Arena di Verona: prorogato fino al 31 dicembre 2011 un fondo risalente alla Finanziaria di dieci anni fa.

«Ora però bisogna aspettare gli ulteriori passaggi parlamentari», fa sapere Lorenzo Bodega, segretario lumbard della Commissione Affari Costituzionali. La seconda richiesta, invece, prevede che «al fine di assicurare la prosecuzione delle relative attività esercitate per l’anno 2011 è riconosciuto, per ciascuna delle fondazioni lirico-sinfoniche, di forme organizzative speciali, un contributo di tre milioni di euro». Tradotto dal burocratese, sei milioni da dividere in parti uguali tra Piermarini e Santa Cecilia di Roma, gli unici due enti che rispondono agli stringenti criteri sanciti dalla legge di riforma delle tredici fondazioni liriche. Presto, però, per cantar vittoria. I due emendamenti hanno superato solo l’esame di ammissibilità della Commissione Affari Costituzionali: ora dovranno evitare la scure della Commissione Bilancio, chiamata a verificare la copertura finanziaria dei provvedimenti urgenti; quindi, l’arrivo in Aula, previsto per l’8 febbraio.

«Domani sera (stasera, ndr) - chiosa il relatore Gilberto Pichetto Fratin (Pdl) - sapremo complessivamente quanti saranno gli emendamenti da votare». Ieri la I Commissione di Palazzo Madama ha sforbiciato circa un terzo delle modifiche chieste dai parlamentari: ben 542 proposte su 1.500 sono state giudicate «estranee alla materia». Tra queste, tre avrebbero potuto favorire anche la Scala. Rispedito al mittente l’emendamento che chiedeva due milioni di euro a testa per le istituzioni musicali più virtuose (leggi ancora Piermarini e Santa Cecilia); bocciato anche quello che prevedeva un reintegro del Fus 2011 di 35 milioni di euro solo per gli enti lirici. Ha incassato il no, infine, l’emendamento della senatrice Bonfrisco (Pdl), che voleva rimpinguare il Fus 2010 con 30 milioni di euro.

di Nicola Palma

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Lirica: tre emendamenti della Lega Nord al Milleproroghe per le fondazioni

ROMA - 1 FEBBRAIO 2011 - Tre emendamenti sul Fondo unico dello Spettacolo al decreto Milleproroghe sono stati presentati dalla Lega Nord.Tutti riguardano il 2010 e le fondazioni liriche. Gli emendamenti sono ora all'esame della commissione Bilancio del Senato che deve valutarne l'ammissibilità e la copertura economica. E' probabile che si sappia qualcosa di più preciso sull'esito mercoledì sera.

Uno degli emendamenti prevede il reintegro di circa 30 milioni di euro del Fus nella parte che riguarda le fondazioni liriche e poi "due distinti – ha spiegato Lorenzo Bodega, segretario della commissione Affari istituzionali - di 10 milioni ciascuno per la Scala di Milano e per l'Arena di Verona (foto)".

Resta da vedere se passeranno. "Noi ce la mettiamo tutta - ha aggiunto Bodega -. Abbiamo pensato alle risorse per le fondazioni musicali perché sono state interessate da restrizioni economiche e alla Lega è caro il concetto di cultura".

La Scala farà un punto della situazione il 7 febbraio, giorno per cui è convocata una riunione del CdA.

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domenica 9 gennaio 2011

Teatri: tagli proteste e valzer degli incarichi. Va in scena il disagio


ROMA - 7 GENNAIO 2011 - "Teatri d'Italia, viaggio nel disagio: tagli, proteste e valzer degli incarichi" è il titolo di un articolo di Rita Sala che riproduciamo dal sito ilmessaggero.it:: "Si va avanti comunque, a testa bassa. Ma i Teatri Stabili pubblici e le Fondazioni Liriche, ovvero due settori importantissimi della Cultura italiana, vivono un momento davvero difficile. Inquietudini e proteste delle masse artistiche e dei lavoratori dipendenti, tentativi di cambiamento, una riforma (per le Fondazioni Liriche) a lungo dibattuta che stenta a decollare. Senza contare i pesanti tagli ai finanziamenti, l’inerzia degli invero poco incentivati sponsor privati, l’incertezza della programmazione a lungo termine e il valzer degli incarichi".

"E’ di poche ore fa l’ennesimo sommovimento: al San Carlo di Napoli (foto), il consulente artistico, Sergio Segalini,“reclutato” solo pochi mesi fa dal sovrintendente del Massimo napoletano, Rosanna Purchia (per la cronaca, anche il “Comunale” di Firenze è guidato da una donna, Francesca Colombo) con un contratto di collaborazione, è stato sollevato dal suo compito. «Non tutti i matrimoni sono felici - dichiara al proposito il commissario straordinario del San Carlo, Salvatore Nastasi -. Del resto, il maestro Segalini non era il direttore artistico del Teatro, bensì un consulente. Al quale non è stato rinnovato il contratto».

Napoli senza pace. Recentissimo il terremoto che ha sollevato Andrea De Rosa dal proprio incarico di direttore del “Mercadante” (lo Stabile di prosa). Al giovane regista restavano ancora tre anni di contratto. Al suo posto, il Cda partenopeo ha nominato Luca De Fusco, già direttore dello Stabile del Veneto (per nove anni) e a lungo menzionato fra i papabili alla direzione del Teatro di Roma. Lo Stabile capitolino è invece stato affidato, di recente, a Franco Scaglia e Gabriele Lavia, rispettivamente direttore e presidente. Tornando al “Mercadante: la motivazione dell’avvicendamento del direttore è stata fatta risalire alla necessità «di migliorare il rapporto tra autofinanziamento e contributi pubblici, data la tendenziale contrazione di questi ultimi per effetto della grave situazione economica in atto».

Una novità di rilievo si registra a Trieste, dove Fondazione Lirica e Stabile di prosa sono stati affidati a un unico responsabile, Antonio Calenda. Il regista, già direttore del “Rossetti”, opererà anche come sovrintendente del “Verdi” per ottimizzare i costi, le risorse, gli investimenti.

Vita grama per il “Carlo Felice” di Genova. La Fondazione Lirica viaggia a scartamento ridotto e sta vivendo, nella difficoltà di denari che non arrivano e ricorsi alla cassa integrazione, una ministagione d’opera, appena cominciata con La Traviata di Verdi.

Il “Comunale” di Bologna (gloriosa Fondazione Lirica felsinea) ha riunito gli incarichi di sovrintendente e direttore artistico nella persona del compositore Marco Tutino. Il quale, tuttavia, attende di passare il suo mandato a un nuovo sovrintendente, che verrà scelto tramite un bando. Cariche unificate, del resto, anche alla Scala di Milano, dove il francese Stéphane Lissner è, dal 2005, responsabile sia artistico sia gestionale della Fondazione Lirica.

A Roma, le cariche direttive della Fondazione Lirica sono invece regolarmente ricoperte: c’è il sovrintendente, Catello De Martino, e c’è il direttore artistico, Alessio Vlad. La nuova stagione è partita meravigliosamente bene: il Moïse et Pharaon di Rossini diretto da Riccardo Muti ha non solo galvanizzato orchestra, coro e corpo di ballo, ma attirato sull’Opera l’attenzione internazionale. Al maestro si guarda lo si è scritto più volte, ma sembra il modo migliore per definire il prezioso lavoro di crescita che Muti sta facendo compiere al teatro come a un “invitato speciale”. Che fra poco più di un mese inizierà le prove del suo quarto titolo lirico a Roma, il Nabucco. Il capolavoro di Verdi non solo celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia, ma crea l’attesa di un ulteriore passo avanti di orchestra e coro, tesi a non deludere il maestro. Muti, in quel momento dell’anno, sarà reduce da una serie di concerti americani con la prestigiosa Chicago Symphony, di cui è Music Director, e gli ensemble capitolini sono assolutamente determinati a non sfigurare nel confronto.

Particolarità palermitana, al “Massimo”, è il fatto che il direttore artistico, Lorenzo Mariani, sia un regista e non un musicista. A Cagliari, infine, il maestro Massimo Biscardi, direttore artistico per 18 anni, ha da poco dato le dimissioni. La Fondazione Lirica sarda è in attesa del suo successore. Tornando agli Stabili di prosa, non si può non ricordare che il “Comunale” de L’Aquila, gravemente danneggiato dal terremoto, non riesce a darsi un direttore. Non solo. L’agognata ricostruzione non è ancora cominciata".

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mercoledì 22 dicembre 2010

Bondi il pianista



"Dopo la compravendita dei deputati, gli esponenti del governo per tenere insieme una maggioranza, ormai sempre più traballante, utilizzano solo strumenti illegali, come il ministro Sandro Bondi che questa mattina, in occasione della votazione per il Ddl Gelmini, fa il pianista, votando sia per sé che per Maurizio Sacconi, assente in aula al momento del voto. Bondi si vergogni di fronte a tutti gli Italiani, con questo suo gesto si mette sotto le scarpe qualsiasi etica e rettitudine morale cui il suo mandato politico lo obbligherebbe". Lo afferma in una nota il senatore dell'Italia dei Valori Stefano Pedica che stamane ha ripreso con il suo smartphone il ministro votare anche per il suo collega di governo. Le riprese immortalano Bondi fare il pianista per tre volte, ma, come spiega Pedica, è dall'inizio della giornata che il ministro per i Beni culturali vota anche per il collega Sacconi. Per un totale di 15-20 votazioni.

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